image

Bambini di Hamas? Per l’ex ambasciatore di Biden in Israele la loro morte è “diversa”. La controversa intervista sul New Yorker

di Leonardo Panerati

Fonte: “How Former Biden Officials Defend Their Gaza Policy”, The New Yorker, 26 agosto 2025

In un’intervista volta a difendere l’operato dell’amministrazione Biden durante la guerra a Gaza, Jacob Lew, ambasciatore statunitense in Israele durante l’era Biden e segretario del Tesoro durante l’amministrazione Obama, ha rilasciato una dichiarazione che getta un’ombra a dir poco inquietante sulla percezione delle vittime civili palestinesi da parte dei membri dell’amministrazione Biden in carica durante il conflitto. Suggerendo una distinzione tra i bambini uccisi, Lew ha espresso l’opinione che la morte dei figli dei combattenti di Hamas sia in qualche modo “diversa” o meno tragica della morte di altri bambini, una posizione che non ha alcuna base nel diritto internazionale umanitario e che solleva profondi interrogativi etici sulla mentalità interna all’amministrazione statunitense durante il conflitto.

L’intervista, condotta dal giornalista Isaac Chotiner per la testata statunitense The New Yorker, mirava appunto a esplorare le tesi di Lew secondo cui l’amministrazione Biden, attraverso una pressione costante su Israele, sarebbe riuscita a prevenire una “carestia di massa” a Gaza, a differenza della successiva amministrazione Trump, una tesi controversa considerato che, sebbene negli ultimi mesi, in cui in USA c’è stato Trump, le cose siano peggiorate ulteriormente, durante l’amministrazione Biden già dall’inizio del conflitto l’ONU metteva in guardia sul rischio di un genocidio proprio a causa del blocco attuato da Israele e permesso dagli USA di Joe Biden, evidenziando già allora a novembre 2023 come “Tutti i segnali indicano che abbiamo raggiunto un punto di rottura”, hanno avvertito gli esperti, indicando le immagini di persone che afferrano disperatamente farina e altri beni essenziali da un magazzino delle Nazioni Unite domenica (29 ottobre), le notizie allarmanti di bambini costretti a bere acqua di mare in assenza di acqua pulita, i resoconti angoscianti di pazienti, tra cui bambini sottoposti a interventi chirurgici senza anestesia, e di persone con disabilità e anziani sfollati che vivono in tende perché le case sono state ridotte in macerie.” . Tuttavia, quando la discussione si è spostata sulla gestione delle vittime civili, è emerso un quadro più oscuro.

Il punto di rottura arriva quando Chotiner chiede a Lew quale fosse la risposta tipica degli ufficiali israeliani dopo bombardamenti con numerose vittime. Lo scambio che ne segue è un dialogo serrato che rivela un meccanismo di pensiero profondamente problematico.

Chotiner: “Quando li chiamava nel cuore della notte e diceva: ‘Che diavolo è successo?’, quale era di solito la risposta?”

Lew: “Il modello generale era che le notizie del momento erano imprecise […] e poi, quando i fatti venivano sviluppati appieno, si scopriva che le vittime erano molto meno numerose, il numero di civili molto più basso e, in molti casi, i bambini erano figli di combattenti di Hamas, non bambini che si rifugiavano in qualche luogo.”

Chotiner: “Scusi, cosa ha appena detto? […] No, intendevo la cosa su chi fossero i bambini.”

Lew: “Erano spesso i figli dei combattenti stessi.”

Chotiner: “E quindi cosa ne consegue?”

Lew: “Ciò che ne consegue è che il fatto che si trattasse o meno di un obiettivo militare legittimo deriva dalla popolazione che si trova lì.”

Chotiner: “Un momento, signor Segretario. Questo non è corretto, vero? Che si tratti di un bersaglio legittimo dipende da ogni genere di cose come la proporzionalità. Non importa se i bambini sono figli di…

Lew: “Se sei il comandante di un’unità di Hamas e porti la tua famiglia in un sito militare, è diverso. Non sto dicendo che tutto rientri in questo, e non sto dicendo che non sia una tragedia.”

Chotiner: “Può gettare una pessima luce su Hamas, ma chi siano i bambini non fa alcuna differenza in termini di diritto internazionale.

Lew: “La questione non è così semplice come appare inizialmente, quando un resoconto fa sembrare che l’obiettivo fosse una scuola vuota dove si erano rifugiate delle famiglie. In alcuni casi non sono a conoscenza di tutte le spiegazioni, perché quando ho lasciato l’incarico stavamo ancora chiedendo maggiori dettagli e dicendo loro che dovevano essere in grado di spiegare queste cose. E non sto dicendo che nessuno di questi casi esuli da situazioni che dovrebbero comportare azioni disciplinari contro alcuni degli ufficiali coinvolti. Non conosco la risposta.

Quest’ultima ammissione da parte di Lew “Non conosco la risposta” è di fatto una resa. Dopo aver proposto una distinzione moralmente e legalmente indifendibile, l’ex ambasciatore, messo alle strette, è costretto a dichiarare la propria incapacità di giustificarla secondo le norme del diritto internazionale.

L’intervista a Jacob Lew, intesa come una difesa della politica estera dell’amministrazione Biden, ci mostra la presenza di una mentalità che, per giustificare una realtà tragica o per coprire complicità chiare in evidenti crimini di guerra, crea una gerarchia tra le vittime innocenti. L’implicazione che la morte di un bambino sia più accettabile se suo padre, o sua madre, echeggia tra l’altro dichiarazioni simili fatte seppur in toni ancora peggiori da figure israeliane come il presidente Herzog il quale a inizio del conflitto si scagliò contro la “retorica” delle vittime civili, affermando che non vi erano vittime civili o pienamente a Gaza, abbracciando una visione di punizione collettiva che è un crimine per il diritto internazionale.