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Prato: l’alternativa possibile al salvarsi da soli

Un contributo di Marco Romagnoli di Sinistra Civica Ecologista Prato.

Le condizioni sul degrado della città esplorate sempre di più dalle testate giornalistiche mi hanno portato ad approfondire i temi alla base di quelle preoccupazioni, con il risultato, purtroppo, di giungere ad un quadro ancora peggiore e che temo destinato ad aggravarsi, se non vi sarà un serio cambiamento delle
loro cause.
Devo dire che questa visione così negativa è contraddetta dai risultati della graduatoria annualmente stilata dal Sole 24ore. Infatti per il 2024 Prato risulta al 21° posto per qualità della vita su 107 città, superata in Toscana solo da Pisa e seguita a distanza da tutte le altre, addirittura Pistoia e Livorno al 61° e 62° posto e Massa Carrara al 70°. Sono graduatorie formate sulla base di indicatori oggettivi, ma non esaustivi, con variazioni annuali anche consistenti, che non possono sostituire analisi più approfondite e la percezione e le aspettative dei cittadini (specie quelli esigenti come i pratesi).
I due interventi precedenti avevano colto sostanzialmente due cause che incidono in senso negativo: la caduta di senso civico e il restringimento dei livelli di democrazia e partecipazione, e sono fenomeni reali, soprattutto per chi ha vissuto stagioni in cui essi erano patrimonio comune. Vi sono purtroppo altri aspetti, economici e sociali, di degrado: la crisi della storica struttura produttiva locale (il tessile), sostanzialmente soppiantata dall’industria delle confezioni che in parte consistente opera con modalità illecite o illegali e in assoluta mancanza di trasparenza, il sorgere di una mafia cinese, che si è affiancata alla presenza della ‘ndrangheta e della camorra, specificità pratesi che sono però presenti in altre forme in troppe aree del paese a fronte delle quali gli strumenti di repressione e contenimento, le forze dell’ordine, appaiono in gravi difficoltà.
Si è poi assistito al costante peggioramento delle condizioni di lavoro, di sfruttamento e riduzione delle retribuzioni, in misura enorme certamente nelle aziende cinesi, ma in realtà ormai diffuse in tutti i settori economici, anche in quelli una volta meglio retribuiti e tutelati (ad esempio credito e informazione). I giovani, che sono cresciuti in questa nuova realtà, percepiscono ormai come una condizione normale la precarietà e i bassi stipendi. Secondo l’INPS a Prato lo stipendio medio di un operaio maschio è di 19.000 € l’anno, di 12.000 per le femmine, di 11.000 per gli extracomunitari, riferiti ovviamente a rapporti di lavoro ufficiali e regolari, poi c’è tutta l’area degli atipici, stagionali e il sommerso.
E’ indubbio che la città si è impoverita, si è allargata la fascia grigia della sopravvivenza e quella della povertà estrema: secondo la Caritas sono 2.698 le famiglie in povertà assoluta e 6.585 con ISEE inferiore a 16.500 € l’anno.
Le prestazioni sociali e sanitarie, i livelli di assistenza sono peggiorati, nonostante le eccellenze mediche che ancora ci caratterizzano, ma la costante riduzione del personale sanitario ha fatto levitare i tempi per ottenere una visita, spingendo a scegliere tra non curarsi o rivolgersi al privato.
In generale le attività e i luoghi della cultura sono in perenne difficoltà, i servizi in affanno, perfino la giustizia si trova in continua emergenza, con tempi lunghissimi per i processi. In ogni settore si lamentano carenze di personale: dal tribunale alle forze dell’ordine, dalla ASL al comune, INPS, INAIL, Vigili del Fuoco… La popolazione della città continua a crescere, ma i bilanci pubblici sono ormai da anni in costante riduzione. Il Comune di Prato tra il 2004 ed il 2009 realizzò 290 milioni di € di investimenti, nel 2009-2014 scesero a 134, a 113 nel 2014-2019, a 130 nel 2019-2024, per effetto del Patto di Stabilità e non solo; parallelamente sono cresciute le spese statali ed il debito nazionale.
La città, con problemi inediti e popolazione in aumento, non ha potuto mettere in campo iniziative e risorse per dare, se non soluzione, almeno un aiuto efficace alle fasce in difficoltà e migliorare servizi e infrastrutture. Stessa sorte è toccata alla sanità, con risorse in diminuzione, stipendi dei sanitari bloccati e riduzioni di personale.

Il nodo delle risorse pubbliche è divenuto il vincolo che limita lo sviluppo, i diritti, i servizi, la democrazia. E’ indiscutibile che si soffra di un debito pubblico enorme, ma certamente non si può sanare solo con i tagli e aumentando il carico fiscale ai soliti lavoratori dipendenti e pensionati; se poco si è ottenuto dalla lotta all’evasione fiscale, troppo si è concesso nell’esenzione dalle tasse per i grandi gruppi internazionali, che fanno profitti in Italia e pagano cifre irrisorie nei paradisi fiscali.
La tolleranza o connivenza verso evasione ed elusione fiscale ha spinto alle privatizzazioni, all’accettazione del mercato nelle sue forme peggiori e al cedimento alla logica del profitto. Si è imposto il liberismo estremo, in buona misura anche da parte delle forze di sinistra che avrebbero dovuto contrastarlo. Due esempi, il Job Act, una legge che ha sancito precarietà e bassi salari, e la cessione alla finanza delle aziende municipalizzate. La questione pratese della Multiutilty, di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, in realtà è molto semplice e significativa: aziende municipali nate per dare servizi a tutti i cittadini a prezzi contenuti, con una funzione sociale e di calmierazione del mercato, vengono quotate in borsa per avere finanziamenti non più possibili per i soci pubblici, con la conseguenza che l’entrata del capitale finanziario nella società impone la creazione di utili consistenti per retribuire i privati, senza più preoccuparsi della generalità dei servizi e del contenimento delle tariffe. Un patrimonio sociale che diviene speculativo, disconoscendo il ruolo dell’intervento pubblico in economia, che era giustificato proprio dalla necessità di supplire ai fallimenti ed agli eccessi del mercato, un meccanismo con un ruolo fondamentale ma da regolare e controllare.


E qui si giunge ad un altro fattore di degrado: la politica, che non cerca maggiore partecipazione e democrazia, progresso e senso civico, soluzione dei problemi, ma in maggioranza sembra sempre più prona agli ‘animal spiritis’ del mercato, dove è giusto che vinca il più forte. Solidarietà sociale, interesse collettivo, ruolo dello stato nell’economia hanno lasciato il posto all’individualismo e alla ricerca sfrenata del maggior profitto. Un percorso facilitato dal mutamento sociale, che ha privilegiato l’individuo rispetto al bene comune. Il crollo della partecipazione alle elezioni, con una metà degli elettori che diserta le urne non è causato solo dalla delusione della politica, ma anche da un nuovo sentire che ritiene il proprio immediato tornaconto superiore a ogni interesse generale. Le cause sono strettamente connesse, se i partiti, i sindacati, le associazioni sono in crisi è certamente per i loro limiti, ma anche per un individualismo ed egoismo ormai dominanti, in cui si ha l’illusione che sia più facile affermarsi e salvarsi da soli. Ma così non è, e le cose sono destinate a peggiorare senza una presa d’atto di queste storture, senza una riappropriazione di strumenti collettivi adatti alla nuova realtà, che sono indispensabili per il progresso ed il bilanciamento di poteri e senza i quali non solo gli ultimi resteranno ultimi, ma anche chi oggi sopravvive è destinato a soccombere. La nostra città non è un’isola, sta dentro a questo contesto, e così come ne patisce le conseguenze dovrebbe contribuire a contrastarle, con una visione chiara dei problemi e risorse adeguate.