Il quindicesimo di una serie di racconti brevi composta da Antonio Petracchi, che EccociToscana sta qui pubblicando in una rubrica apposita
di Antonio Petracchi
Leandro e la Quercia Padrona
63 anni, erano lì da 63 anni, non aspettavano certo me, certo a qualcuno erano destinate, quelle due tavole di quercia.
Oggi per caso, volevo una trave di castagno, ma quando l’abbiamo portata sotto la sega a carrello, abbiamo scoperto che era franata dentro.
Allora siamo tornati a cercare, dietro ad una enorme trave di cipresso c’erano loro.
Come due ragazzotte che sanno di esser belle. Come due civettuole si son messe subito in bella mostra.
Impossibile non vedere chi si prende l’orlo del tutù e ti fa l’inchino. Così prima gli ho dato un’occhiata e poi un altra, poi con fatica mi sono chinato di lato ad ispezionare. Bé che dici, guarda questa è diritta come un fuso, è di rovere, sembra di sì, levagli la polvere da sopra, buttaci un po’ d’ acqua, quella accanto è ancora più bella.
Dai tiriamole fuori, fai attenzioni, si ora tolgo i bandoni che le coprono, madonna, ma lo sai che sono belle, porca paletta, ma è pesa spiombata, stai attento a farti male, si ora sposto i travetti di sotto per farti posto, così ci puoi entrare con le pale del mulo, si dai ma fai piano. Da ora in poi sarà una passeggiata, lo dici ora perché siamo fuori da quel casino.
Le portammo alla sega a nastro per rifilarle e farle in tavole di varie misure, con i mezzi di oggi si è potuto fare.
Ricordo che il suo profumo prese ad invadere tutto, raccolsi uno sciabero per annusarlo.
Tengo ancora dentro ad un barattolo di vetro dei pezzetti di sciabero che raccolsi, son tornato ad aprire quel barattolo, ancora oggi si può sentire il profumo della padrona
Sai che bel piano per il tavolo ci verrà, secondo te da quanti anni sono lì, quella catasta l’ho sempre vista lì, per me è lì da sempre ed io ho 30 anni.
Quella quercia l’aveva tagliata Leandro alle Cascine di Firenze, era davanti all’Università d’Agraria, ora erano tavoloni larghi 120, uno di 160 centimetri. Erano rimasti lì perché si faceva difficoltà a lavorarli, troppo dura per gli arnesi di allora, perdevano subito il filo del taglio, inoltre erano state spanconate di uno spessore fuori misura, troppo spesse.
Non la voleva tagliare nessuno, doveva essere abbattuta, ma nessuno la voleva tagliare perché si diceva che era stata colpita dalle sghezze di alcune bombe. Appena venivano interpellati si defilavano, avevano paura, era altissima, troppo alta per tutti, enorme e piena di ferro delle bombe degli americani, così rimaneva lì. Ma Leandro, che parlava poco e aveva la testa dura come il ferro e la forza degli uomini piccoli, disse che ci avrebbe pensato lui a buttarla giù e a prendere il legname.
Di lui si diceva che era come Napoleone, piccino, ma capace di grandi gesta.
Se lo vuoi conoscere, vai di là, chiedi se c’è, ti ci portano e gli puoi fare tutte le domande che vuoi. Vai e sarete contenti tutti e due, vedrai così che omino è, certo con gli anni si è ritirato, ma mica più di tanto.
Leandro era preoccupato, ma quel tanto che basta, come tutti quelli che sanno il fatto suo, andò e la butto giù.
Allora non c’erano le motoseghe, si adoperava il segone, bisognava essere in due boni, uno di qua e uno di là, aveva messo insieme una squadra di assatanati. Presa a parlare e lo faceva come se fosse sotto estasi,raccontava, poi si fermava, gli occhi lucidi, poi ripartiva di scatto, accompagnava le parole con le mani, si girava e con la testa cercava conferma in noi e poi di nuovo si fermava. Lo lasciammo molle come un cencio, piangendo.
Non fecero pezzi corti, era troppa la fatica, 4 tagli di sei metri, rami e punta andò per travi e travetti, ma il tronco, tutto il tronco era ancora lì sotto i nostri occhi. Noi avevano preso il quarto taglio, quello più in alto quello più maneggevole. Di sghezze neanche l’ombra, c’erano tre grossi squarci, ma non facevano paura. Dopo tanta fatica era fatta, ma non era finita, nessuno la voleva spanconare non si trovava chi la faceva a fette, c’era la paura di trovare le sghezze maledette inoltre non si trovava una sega a carrello così grande. Dopo tanto cercare alla fine fu trovato uno a Terranova Bracciolini, era disponibile a farla a fette, ma come portarcela.
Non dimentichiamoci che era il 1948, come fare per sollevarla quella balena sull’ unico mezzo possibile, il triassi di Guglielmo.
Gli americani avevano lasciato quel vecchio camion, che era vecchio solo per loro, tutti chiamavano Guglielmo per portare sassi per fare la casa, per vuotare gli stanzoni di Prato dalle divise militari, per fare viaggi di terra.
Quel camion con il muso allungato con una specie di ringhiera sui fari, era grande, alto, aveva il motore forte, tremava come chi ha il palletico, con la carrozzeria di ferro spessa a dir poco 2 mm, il triassi di Guglielmo non tremava quando lo caricavi come un mulo, fu lui a portare la Padrona laggiù e a chi altro poteva toccare.
Gino ci sarebbe andato e come se ci sarebbe andato a Terrano Bracciolini, ma aveva l’Ercole 500 della Guzzi, lui andava dai carbonai, dai renai di Signa o a prendere i cantoni per Lucano.
Quella quercia tornò da Terranova come Bartali dal giro d’Italia, in mezzo ad una folla di curiosi, tutti volevano la Padrona fatta a fette, fu messa lì a stagionare, dove l ho trovata io, si doveva asciugare bene.
Leandro ora aveva più di novant’anni anni, suo figlio ne aveva sessantasei, suo nipote trenta e tutto quel legno era ancora quasi tutto lì.
Quanti pensieri, quante parole, quante fatiche, quanti desideri, quanti sospiri, quante persone saranno passate intorno a quella che era un albero più altodelle Cascine.
Quanti sono stati e quanti avrebbero voluto stare ancora all’ombra dei suoi rami.
Per trecento anni e forse più era stata la padrona tra tanti padroni, tra tanti altri alberi , poi le bombe e … qualcuno lo dovette fare , non fu solo lei, ma lei era ritenuta la Padrona, tanti altri ne lasciò.
Sono andato a trovarli, sono grandi e qualcuno anche bello, ma non sono ancora come lei, ancora non sono esageratamente belli come era lei, lo diventeranno, se.. non tornerà la guerra con le sue bombe.
Di un lieve e fresco respiro d’autunno, si profuma l’aria questa sera, il sole ormai stanco spinge i suoi ultimi raggi oltre l’orizzonte.
Sento il fruscio di questi alberi imponenti, che scuotono i loro rami, come a volersi liberare da un peso portato da tutta un estate, urlano con gentilezza, chiedono riposo, mentre le loro foglie si vestono a festa perché presto saranno libere di volare verso il proprio destino.
Sarà il vento a prenderle a portarle come parole di pace.
