Il quinto di una serie di racconti brevi composta da Antonio Petracchi, che EccociToscana sta qui pubblicando in una rubrica apposita
di Antonio Petracchi
I Prigioni di Michelangelo
Il legno è vengè, ne avevo alcune tavolette, di quando per camparmi all’università facevo il parchettista. Proveniente dall Africa porta di quella terrà tutte le sue caratteristiche, nero, duro, fibra lunga che crea lunghe sghezze che se prese controvena si infilano facilmente nella carne, la sua polvere irrita le mucose.
Piccoli avanzi che avevo salvato dalla cassa degli scarti, troppo belli ai miei occhi per finire nella montagna dei calcinacci. Anche i bassorilievi che rappresentano due dei quattro prigioni di Michelangelo, erano destinati alla discarica. Biagio, li aveva realizzati come tante altre opere, li vendeva ai negozi di souvenir di Firenze. Fino a due anni fa, aveva un laboratorio a Settimello, lavorava lì dentro con alcuni collaboratori, fino a quando lui prese il covid , un brutto Covid. Non si circolava, lui rimase fermo, la bottega, il doratore, la decoratrice e anche consulenti e clienti piano piano presero a tornare, ma Biagio no. Così fu presa la decisione, ho venduto il fondo devo vuotare tutto a fine mese devo lasciare libero. Chiamai a raccolta amici che fanno i mercatini, vi porto da Biagio deve vuotare il laboratorio di ceramica, 4 automobili arrivarono pronte a fagocitare tutto quello che Biagio doveva buttare. Entrati in punta di piedi in quel sacrario, tre stanza che si aprivano come la bocca della balena di Pinocchio, tavoli da lavoro con sopra statue, ceramiche, gessi, teste di santi, statuine pacchiane ma anche riproduzioni pezzi di opere del Bernini, di Michelangelo, dell antica Grecia e rinascimentali, sulle mensole lo sguardo passava da una statua ad un bozzetto. Con garbo e creanza sfilavano i quattro autisti, qualche domanda e molti tentennii con la testa, passati alla seconda stanza dove libri e riviste di opere d arte riempivano scaffali tavoli e un vecchio tennigrafo in legno.
lo sguardo si fermava e saltava oltre fino tuffarsi nell ultima stanza, fermi ruotavano gli occhi, per vedere, per cercare il pezzo da portar via. Passati dai saluti alle descrizioni del forno, del tornio alle descrizioni di cosa e per chi si lavorava, fu avanzata una prima richiesta e poi un ‘altra.
Biagio prese fiato, cominciò a dire dopo vi dico, vedremo, ora …
Un altra richiesta e … crollò, mi dispiace non posso, non ce la fo, vedremo, ora vi devo mandar via. Mi prese sotto braccio, sentivo che mi tirava per portarmi da una parte, ma anche per appoggiarsi, sussurrò, non so se per discrezione o perché non gli veniva il fiato, mandali via.
Questo più o meno fu il primo tentativo di aiutare Biagio a liberare il suo laboratorio. Passati alcuni giorni mi chiama per dirmi di andare ma da solo. Nella Stradella di accesso che dalla chiesa porta al suo laboratorio, alla bottega di un vecchio tornitore c era il cassone di ferro del Vangi, era già pieno di stampi rotti, ad aspettarmi un suo fedele amico che da sempre era al suo fianco.
Chiesi, cercando da subito la sua alleanza, allora si è deciso, dimmi dove mi posso cambiare, trova un posto te, fu la sua prima risposta insieme poi aggiunse con tono meno fermo , aspetta a dire che oggi si lavora, è di là che tocca prende e rimette giù, fa come quelle donne che da Coin toccano tutto e non comprano niente.
Lentamente a più riprese, più volte, in giorni diversi son tornato.
Lui stordito dal tempo passato su quelle opere, ricordava ogni volta che gli chiedevi che fo lo butto, si voltava e rivoltava, erano più i non so e aspetta, ora finisco qui, poi si vede. Lentamente ho strappato dalle sue mani opere e pezzi destinati al cassone del Vangi. Venivo via con la macchina piena, come lui giondolavo e prima di spaccare con la mazza, adagiavo avvolte in coperte o nailon a bolle quelle creature nella mia automobile, pronte per cercare una nuova possibilità di sopravvivenza.
Così porcellane, ceramiche, gessi, nonché alcuni stampi, sono dentro casse e cassoni a casa mia. Erano sul mio piano di lavoro, fasciati in un panno i due pannelli dei prigioni. Belli li hai fatti te? No me li dai, si ma devo patinarteli e poi fagli una giusta cornice. Così Adele farà un bel regalo al genero che apprezza queste cose. Liberare una farfalla fa sempre un bell‘ effetto.
