Dopo un complesso restauro, l’opera firmata e datata 1391 torna in tutta la sua brillantezza cromatica alla Galleria dell’Accademia. Fino all’11 maggio una mostra svela i segreti del “dietro le quinte”.
FIRENZE. Dopo un silenzio durato oltre un anno e mezzo, il tempo del restauro, la voce dorata e sottile di Spinello Aretino torna a farsi sentire nelle sale della Galleria dell’Accademia di Firenze. Da oggi, 24 febbraio fino all’11 maggio 2026, il Trittico con la Madonna col Bambino in trono, quattro angeli e santi (1391) è il protagonista assoluto di una esposizione temporanea che è molto più di una semplice ricollocazione: è un atto d’amore verso la pittura tardogotica e un affascinante viaggio nel “dietro le quinte” della tutela museale.
Entrando nella sala del primo piano dedicata al Tardo Trecento fiorentino, lo sguardo viene immediatamente catturato dall’oro che sembra ardere di nuova luce. L’opera, firmata e datata 1391 da Spinello di Luca, l’aretino che fu tra i grandi innovatori della pittura toscana a cavallo tra due secoli, si presenta oggi in una veste che non si vedeva da generazioni. La superficie, liberata da spesse coltri di vernici ossidate e ridipinture improprie, ha ritrovato quella brillantezza cromatica e quella nitidezza grafica che ne fanno un unicum nel percorso dell’artista.
Ma per chi scrive, abituato a frequentare i depositi e a studiare le pieghe della storia dell’arte, il vero spettacolo è un altro: è la scoperta del “vero” volto della Vergine. Grazie a una sapiente pulitura, il manto della Madonna è tornato a essere quel profondo scrigno di blu che Spinello immaginò, realizzato con preziose velature di azzurrite e lapislazzuli. Una rivelazione che restituisce all’insieme la sua originaria potenza espressiva, cancellando secoli di alterazioni.
Un’operazione trasparente: la mostra nel restauro
L’esposizione, curata con meticolosa competenza dalle funzionarie Elvira Altiero ed Eleonora Pucci, rispettivamente storica dell’arte e restauratrice della Galleria e dei Musei del Bargello, ha il grande merito di non limitarsi a esporre il risultato finale. Con un intelligente allestimento firmato dagli architetti Claudia Gerola, Barbara Francalanci e Roberto Lembo, e un video di approfondimento, si svelano al pubblico le fasi dell’intervento conservativo.
Seguiamo così il lavoro certosino dei restauratori Andrea e Lucia Dori e di Roberto Buda, che ha operato sul supporto ligneo. Vediamo emergere dalle lastre radiografiche di Ottaviano Caruso il disegno preparatorio, e comprendiamo la sfida di rimuovere le vecchie traverse che curvavano le assi, sostituite con un ingegnoso sistema di molle coniche in acciaio che ora garantisce la stabilità del legno rispettandone i movimenti naturali.
«Questo allestimento – ha spiegato la direttrice generale Andreina Contessa – nasce per valorizzare non solo la qualità straordinaria dell’opera, ma anche il lavoro invisibile di cura quotidiana del patrimonio. Vogliamo condividere con il pubblico la collaborazione e lo studio che si celano dietro ogni intervento, per sensibilizzare verso un turismo più consapevole».
Un gioiello salvato dall’esportazione
La storia del trittico è avventurosa quanto la sua pittura è elegante. Commissionato dal mercante lucchese Paolino di Simonino per l’oratorio di Sant’Andrea a Lucca, l’opera rende omaggio ai nomi del committente e dei suoi fratelli attraverso le figure dei santi Paolino, Giovanni Battista, Andrea e Matteo. Nei tondi in cima, vegliano i profeti Geremia e Mosè, a sottolineare la continuità tra Antico e Nuovo Testamento.
La sua destinazione finale è fiorentina per un soffio: nel 1850, il trittico rischiò di essere venduto illegalmente e portato all’estero. Solo il tempestivo intervento del governo granducale ne bloccò l’espatrio, assegnandolo per sempre alle collezioni dell’Accademia.

Oggi, a 635 anni dalla sua creazione, quel viaggio si conclude idealmente. Il trittico non è solo tornato a casa, ma è tornato a essere se stesso: un capolavoro assoluto di grazia lineare e intensità spirituale, che possiamo finalmente ammirare con gli stessi occhi e la stessa meraviglia di chi lo vide per la prima volta nella Lucca di fine Trecento. La mostra all’Accademia è un’occasione imperdibile per riscoprire un maestro, un’opera e il valore infinito della conservazione.
“Il trittico di Spinello Aretino torna alla Galleria dell’Accademia di Firenze”. Fino all’11 maggio 2026.
foto credit si ringrazia l’Ufficio Stampa Galleria dell’Accademia di Firenze e Musei del Bargello
A.L.
