re dei colori 2

Il Re dei colori 2 – Antonio Petracchi

Il diciottesimo di una serie di racconti brevi composta da Antonio Petracchi, che EccociToscana sta qui pubblicando in una rubrica apposita

di Antonio Petracchi

Il Re dei colori
Seconda parte


Quella manina era scivolata via, la mano sicura e ferma del Re era rimasta vuota. Lui che era il re dei colori di tutta la terra rimase a guardare la scia di colori pastello svanire nel cielo e come se niente fosse successo si era voltato per tornare al suo fare.
Prese a far sbocciare gli ultimi fiori, a pitturare l’erba dei prati di un verde più intenso, i balconi della signora Lina e… da subito cominciò a rendersi conto che niente era come prima, qualunque cosa si metteva a fare non riusciva ad ottenere i colori voluti, venivano diversi dai soliti, tutto appariva opaco, senza consistenza, vuoto; tutto aveva preso a cadere di tono, a scivolare via senza lasciare traccia, a perdere sapore, a non mandare profumi.
Il tempo non scorreva come prima, anzi era fermo, era precipitato. Il mondo dei colori appassiva, guardare il cielo non consolava perché appariva sbiadito. Come è possibile che la partenza di quella ragazzina avesse potuto tanto.
Cosa si era portata via. Il re privato di quella scintilla ora si sentiva vuoto, strano a dirsi: un vuoto che pesava, si sentiva un guscio vuoto in cui niente vibra, niente cresce e tutto gli appariva privo di senso. Era precipitato nel tempo del poi. In quei giorni il re stava seduto sotto la grande quercia, i merli andavano come al solito a beccare le briciole di pane dalle sue mani, ma lui niente, moscio come il cencio che si dà in terra, lui stava lì, non aveva voglia di fare niente, gli occhi non sorridevano più, anzi erano spenti. ricurvi come la sue labbra, ammutolito come e più di un cane bastonato stava. Nel suo pensiero tornava sempre la stessa domanda perché, perché tutto questo è successo a me, eppure io sono il re, io sono il re.

Fermo fissava il giallo terso, il respiro del vento leggero che gli accarezzava le guance non riusciva più ad accarezzargli il cuore, il vuoto si faceva ogni giorno più peso, tutto era grigio, il nero avanzava, tutto sembrava perso, finché non apparve una falena, sì una falena, una di quelle grandi farfalle che volano di notte, un lampo, una fiammata attraverso la sua mente, di scatto come se fosse stato punto, là dove la schiena prende l’onorato nome, fece un balzo, alzò il capo, lo sguardo si volse all’orizzonte, come scritta nel cielo gli apparve l’intuizione “per poter volare bisogna staccare i piedi da terra”.
Si coprì di tutti i colorí più profumati, si lisció la barba, si guardó nello stagno più piatto, fece un sospirone e al grido “carmensita chiudi il gas e vieni via “ partì alla ricerca di lei.

Fine seconda parte