Il terzo di una serie di racconti brevi composta da Antonio Petracchi, che EccociToscana sta qui pubblicando in una rubrica apposita
di Antonio Petracchi
Il Leccio
Era un albero secolare, con rami enormi che toccavano terra, le radici nodose distribuite sotto la chioma affioravano da terra, lì sopra ci sedavamo a veglia la sera.
Il tronco era enorme ci volevano cinque uomini per abbracciarlo, noi bambini s’andava al leccio a prendere le farfalle notturne, quelle falene enormi coi numeri sulle ali. Una da sola era sufficiente per riempire una scatola da scarpe. Ricordo che mia madre diceva di lasciarle stare, di non prenderle, perché poi se si voleva le scatole da scarpe lei non ce n’avrebbe avute più.
Lì, sotto il leccio, si ritrovavano tutti, certo in momenti diversi: Lì sotto, le donne sedute sulle seggioline facevano la treccia, dicevano il rosario, gli uomini d’estate si fermavano, noi ragazzi si giocava a rimpiattino. Il leccio era un punto fisso, lì sotto c’era anche un crocifisso di ghisa, fissato sopra tre scalini tondi di pietra.
Il leccio l’abbracciavi e lui abbracciava tutti e tutto: la strada che passava sotto, una viottola che era stata asfaltata che collegava le Fontanelle a Tavola. Da quel punto fisso s’andava al cancello per l’ingresso al bestiario delle Cascine (“di Tavola” o Medicee), lo stesso che oggi è diventato l’ingresso da via Traversa del Crocifisso per le Cascine.
Lì sotto la Gina con il suo sottanone, si sedeva e ascoltava, parlava e disponeva.
La Gina sapeva, aveva fatto la terza elementare, diceva: credete sia un bene sapere più degli altri?
Fu chiesto a lei di scrivere la lettera alla CAP per chiedere che di lì potesse passare l’autobus: Furono fatti tagliare i rami bassi, ma l’autobus non si vide passare che dopo che le fosse furono ricoperte. La strada diventò più grande; il leccio, nel frattempo, i formicoloni lo avevano bucato tutto. Noi eravamo diventati più grandi e non andavamo più ad appoggiare il capo al suo tronco, per giocare a mosca cieca. La sua ombra non c’era più, la Gina era morta, gli uomini andavano a lavorare nelle fabbriche, le donne non andavano più a lavare i panni ai lavatoi nelle gore, perché l’acqua ora cambiava colore e puzzava.
Il leccio venne fatto a pezzi con le asce una domenica, dagli uomini, la sua legna cannibalizzata finì nei camini e nelle stufe. Il leccio c’era e non c’è più. Io porto il ricordo del leccio, con me finirà anche il ricordo del leccio, tutto finisce per passare dal fumo di un camino.
