È il lupino di Anterivo Storicamente il legume veniva tostato e macinato per ottenere un surrogato del caffèL’ultimo Presidio Slow Food dell’anno a venire ufficializzato è un legume… da bere! Tranquilli, non ci è dato di volta il cervello per colpa dei pasti natalizi: è tutta una questione di storia e di tradizioni. I tipici fiori colorati della pianta di lupino. Foto di Ludwil DepaoliUna pianta bella, oltre che capace di far del bene al suolo «Fino agli anni ‘50 è andata così – aggiunge Carrillo –. Poi, con la diffusione del caffè e con la progressiva industrializzazione, la coltivazione del lupino è andata perdendosi. Ad Anterivo erano rimaste solo un paio di anziane contadine a riprodurne i semi e a coltivarli nei rispettivi orti». La svolta all’inizio del nuovo millennio, grazie a un progetto europeo per lo sviluppo rurale e al lavoro di ricerca del centro di sperimentazione Agraria Laimburg, si è formato un gruppo di persone che hanno ricominciato ad appassionarsi al lupino. Da quell’esperienza è nata l’Associazione produttori caffè di lupino di Anterivo, che oggi è composta da una ventina di persone. «C’è chi coltiva, e noi del Presidio Slow Food siamo in cinque, e chi si occupa dell’aspetto culturale, di promozione e valorizzazione» aggiunge Givani. «I soci conferiscono i lupini raccolti, che vengono lavorati e di cui, nei negozi del paese, viene venduta la polvere» aggiunge Carrillo. La produzione è limitata – il quantitativo di granella che si ottiene, a seconda delle annate e del clima, oscilla tra uno e tre quintali – ma ad Anterivo si è creata una vera comunità del cibo. C’è il mastro torrefattore, c’è l’osteria di paese che utilizza i lupini in cucina, c’è chi con la granella affina formaggi, produce birra, dolci e naturalmente un infuso a base di grappa. «Ma va detto chiaramente che non è un caffè», chiarisce Givani. Era e resta un suo succedaneo. Questo tuttavia non significa che la coltivazione di lupini non vada sostenuta e valorizzata: anche perché oltre a tutto il resto, ammette il produttore, la pianta è «esteticamente prestante, fa bella figura e dà felicità. In un mondo rivolto al mantenimento della biodiversità e alle pratiche colturali tradizionali, sono convinto che una varietà autoctona come la nostra avrà il suo spazio». |

I tipici fiori colorati della pianta di lupino. Foto di Ludwil DepaoliUna pianta bella, oltre che capace di far del bene al suolo «Fino agli anni ‘50 è andata così – aggiunge Carrillo –. Poi, con la diffusione del caffè e con la progressiva industrializzazione, la coltivazione del lupino è andata perdendosi. Ad Anterivo erano rimaste solo un paio di anziane contadine a riprodurne i semi e a coltivarli nei rispettivi orti». La svolta all’inizio del nuovo millennio, grazie a un progetto europeo per lo sviluppo rurale e al lavoro di ricerca del centro di sperimentazione Agraria Laimburg, si è formato un gruppo di persone che hanno ricominciato ad appassionarsi al lupino. Da quell’esperienza è nata l’Associazione produttori caffè di lupino di Anterivo, che oggi è composta da una ventina di persone. «C’è chi coltiva, e noi del Presidio Slow Food siamo in cinque, e chi si occupa dell’aspetto culturale, di promozione e valorizzazione» aggiunge Givani. «I soci conferiscono i lupini raccolti, che vengono lavorati e di cui, nei negozi del paese, viene venduta la polvere» aggiunge Carrillo. La produzione è limitata – il quantitativo di granella che si ottiene, a seconda delle annate e del clima, oscilla tra uno e tre quintali – ma ad Anterivo si è creata una vera comunità del cibo. C’è il mastro torrefattore, c’è l’osteria di paese che utilizza i lupini in cucina, c’è chi con la granella affina formaggi, produce birra, dolci e naturalmente un infuso a base di grappa. «Ma va detto chiaramente che non è un caffè», chiarisce Givani. Era e resta un suo succedaneo. Questo tuttavia non significa che la coltivazione di lupini non vada sostenuta e valorizzata: anche perché oltre a tutto il resto, ammette il produttore, la pianta è «esteticamente prestante, fa bella figura e dà felicità. In un mondo rivolto al mantenimento della biodiversità e alle pratiche colturali tradizionali, sono convinto che una varietà autoctona come la nostra avrà il suo spazio».